LA PSICANALISI SECONDO
SCIACCHITANO

"TU PUOI SAPERE DELLA VITA"
pagina aggiornata il 22 giugno 2009

 

 

Probabilmente hai fatto questo percorso:

vieni da "sapere in essere" > "elenco autori epistemici" > "elenco scienziati" o sei passato da "Darwin - Preliminari"

Ora sei in "Charles Darwin".

Darwin

Il est dangereux de trop faire croire à l'homme combien il est égal aux bêtes, sans lui montrer sa grandeur. Il est encore dangereux de lui trop faire voir sa grandeur sans sa bassesse.

B. Pascal, Pensées (Pléiade, 112)

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Vuoi andare al secondo aggiornamento (su Darwin e Aristotele)?

Ti sei mai chiesto:

E se la psicanalisi avesse avuto un Darwin?

In attesa di contributi sul darwinismo provo a dire qualcosa io.

Perché l'analista dovrebbe interessarsi a Darwin?

Perché Freud lo cita e gli fa dire cose che non ha mai detto, per esempio il mito dell'orda?

Secondo me questo non basta. Comunque, il tema è stato già trattato da Lucille B. Ritvo nel suo Darwin e Freud. Il racconto di due scienze (Il Pensiero scientifico Editore, Roma 1992) e difficilmente si può fare di meglio.

Perché si può applicare la biologia di Darwin alla psicanalisi, per farle un'iniezione di scientificità?

Questo è assolutamente da evitare. Le due scienze - biologia e psicanalisi - sono diverse e tali devono rimanere. Ci sono contaminazioni sterili. La biopsicanalisi rischia di essere un flop concettuale come la "tecnoscienza" o la "biopolitica" (dove "scienza" è usato in senso pregalileiano e "bio" in senso predarwiniano).

Allora, perché interessarsi a Darwin, se non è per i contenuti?

Per ragioni trascendentali.

?!

Sì, in Darwin risulta più chiaro che in altri scienziati quali condizioni vadano necessariamente rispettate, perchè sia possibile che il fare del soggetto moderno sia scientifico.

Una è la condizione principale:

cessare di pensare le essenze.

Ma cosa credete?

Strillerebbero così tanto le oche creazioniste, se si trattasse solo di contestare l'origine dell'uomo dallo scimpanzè?

Lo credeva Freud, che pensava alla ferita narcisistica dell'uomo, sloggiato dal centro del creato. Ma Freud, essendo ippocratico, non era in buona posizione per comprendere la portata dell'innovazione darwiniana.

No, le oche creazioniste strillano perché Darwin ha tolto di sotto il becco il granoturco di cui si cibano:

le essenze.

Le specie darwiniane non sono le specie di generi, definite da essenze create a tavolino dall'architetto del mondo e sistemate una volta per tutte nel mondo platonico delle idee innate. Sono punti mobili in uno spazio di variabilità, di dimensioni spaventosamente grandi, che lentamente - molto lentamente - l'evoluzione biologica sta esplorando. Pensate, tanto lentamente che in 100.000 di vita o poco più l'Homo sapiens non si è ancora scisso in due sottospecie. Per non parlare dell'inesistenza di razze umane.

(Nyles Eldredge stima in 6 milioni di anni il tempo di sopravvivenza di una specie).

Sì, poi si può pensare che le oche strillino - tanto strillare fa parte della loro "essenza" - perchè Darwin ha tolto il finalismo dal mondo della vita - vita che realizzerebbe gli scopi di un disegno intelligente. Ma se ci pensate bene questo è un teorema. L'assenza di finalismo ontologico consegue all'assioma di "fuorclusione" delle essenze. Niente essenze, niente movimento "naturale" verso la loro perfetta realizzazione.

Pensaci, psicanalista!

Magari a furia di pensarci uno psicanalista mi manda una pagina

Darwin 2.

Nell'attesa sottolineo un tratto dell'elucubrazione darwiniana, che l'accomuna alla matematica e alla scienza moderne.

Origine delle specie. Titolo presuntuoso, quello darwiniano? Darwin, uomo prudentissimo, si lasciò andare a intitolare il proprio lavoro in modo - direi - sopra le righe, proprio quando Wallace rischiava di togliergli il primato del pensiero evoluzionistico?

Ebbene, non c'è presunzione nel titolo darwiniano - sostengo. Quel titolo condensa tutta l'ignoranza scientifica di Darwin. Si tratta di una doppia ignoranza, ben diversa dalla comune volontà di ignoranza: 1) è l'ignoranza sull'origine, che non è la causa prima (Ursprung o archetipo), ma piuttosto il punto originale della discendenza (Herkunft), e 2) è l'ignoranza sulla essenza della specie, che per lui restò sempre - sin dai tempi degli appunti sulle specie dei fringuelli delle Galapagos fino ai minuziosi e apparentemente sterili studi sui cirripedi - "il mistero dei misteri".

Tuttavia, Darwin dimostrò di saper lavorare con la propria ignoranza, esattamente come Galilei, che venne a capo dell'equazione del moto uniformemente accelerato, pur senza disporre degli strumenti del calcolo infinitesimale, adeguati a trattarlo. Galilei e Darwin, ignoranti di genio - e tra questi annovero Freud - seppero anticipare, con strumenti da bricoleur, un sapere "falso", che non sapevano bene, ma che si prospettava come fecondo. La fecondità è stata in seguito ampiamente confermata per Galilei e per Darwin - un po' meno per Freud, che si arroccò dietro un'ideologia prescientifica, per la precisione medicale, (le pulsioni come cause finali), affidando incautamente la propria psicanalisi a comunità di pensiero di tipo chiesastico, tanto squallide quanto infeconde.

In un senso formale e non contenutistico siamo ancora in attesa di una psicanalisi galileiana e/o darwiniana. Naturalmente nella forma, non nei contenuti, fondata su assiomi diversi da quelli della fisica e della biologia, ma pur sempre matematizzabile o matematizzata.

Tuttavia, per precisare l'ampiezza dell'operazione devo aprire un'altra pagina, che valuti anche la portata negativa del darwinismo, che non è quella immaginata dai creazionisti.

Vai alla pagina Darwin gradualista.

*

Contro il darwinismo?

Non vale la pena entrare nella polemica creazionismo/evoluzionismo. E' una battaglia di retroguardia. In Italia risalgono al 1938 gli attacchi di Benedetto Croce al darwinismo in La natura come storia senza storia da noi scritta. La tesi idealistica è che l'evoluzionismo getterebbe l'uomo nel baratro del materialismo. Tuttavia, segnalo un caso più vicino a noi di analfabetismo scientifico, che ritengo interessante per i recenti sviluppi, come esempio paradigmatico di resistenza alla scienza.

Nelle 400 pagine sulla Natura, che raccolgono le lezioni tenute da Merleau-Ponty al Collège de France tra il 1956 e il 1960, Darwin è citato solo due volte: una volta è una citazione di citazione, l’altra è una citazione approssimativa su Malthus. Quando l'ignoranza monta in cattedra...
Le cose non sono migliorate in seguito. La cosiddetta svolta naturalista della fenomenologia, promossa da Varela e Petitot nell'ultimo ventennio, continua a ignorare Darwin. Se digiti “Darwin Husserl” su Google ottiene un solo contributo di Barry Smith del 2004 che mette insieme Darwin con Aristotele. (Per questa connessione vai al secondo aggiornamento).

È chiaro, allora, cosa è in gioco. La fenomenologia è una filosofia eidetica. Cerca le essenze (necessarie) dei fenomeni, che contrappone ai fatti (contingenti). L'insistito richiamo della fenomenologia alla concretezza e all'esperienza quotidiana non ha nulla dello sperimentalismo controllato del discorso scientifico. E' semplicemente l'empiria delle essenze, nata con Aristotele e sostenuta da un'ontologia di stampo religioso. Allora si spiegano molte cose. Darwin risulta insopportabile ai fenomenologi, perché toglie loro il pane di bocca, Infatti, la fa finita con le essenze, presupponendo la variabilità biologica intra e interspecifica. Il fenomeno “vita” non si cattura con categorie concettualmente predefinite in base a valori "normali". In termini statistici, non basta la media a definire un fenomeno. Occorre anche la varianza. Ma se c'è la varianza, non c'è più il tipo. Se non c'è il tipo, non c'è più l'essenza. Se non c'è più l'essenza, non c'è più la fenomenologia.

Non illudiamoci. La resistenza fenomenologica al darwinismo è più "tosta" della resistenza del creazionismo, perché più sottilmente religiosa, In quanto tale esprime la resistenza metafisica dell'ontologia all'epistemologia. Ancora vedi in Lacan ricorrere mosse antidarwiniane addirittura in nome del rigore scientifico. Infatti, con la selezione naturale Darwin introdurrebbe in modo surrettizio il finalismo nel discorso scientifico. L'argomento è ben noto e non vale la pena contestarlo. Piuttosto non illudiamoci. Esiste, infatti, un'atavica resistenza dell'ontologia al "riduzionismo epistemico". L'ontologia considera il sapere una forma di riduzionismo, ma in senso inverso al significato ordinario del termine. Si teme che l'essere non abbia più il valore oggettivo codificato da Parmenide duemila e cinquecento anni fa ("l'essere è, il non essere non è"), per ridursi al valore soggettivo che gli conferisce il particolare sapere del soggetto della scienza. Allora, in nome dell'oggettività della "scienza rigorosa" si demonizza il cogito cartesiano e la sua evoluzione fino a Darwin.

*

Freudismo vs Darwinismo

Non perché oggi si celebrino i duecento anni dalla nascita di Charles Darwin, ma perché siamo in un sito di psicanalisi, occorre dire qualcosa su questi due giganti del pensiero: Darwin e Freud.

Cos'hanno in comune?

In comune hanno certamente una cosa: hanno suscitato reazioni negative virulente. Più l'uno o più l'altro? Superiori, uguali o inferiori alle reazioni positive?

Forse la questione non va impostata in modo così umorale. Darwin e Freud sono due giganti del pensiero. Dove c'è pensiero è inevitabile che ci siano reazioni negative. La volontà di ignoranza precede ogni altra volontà. In generale, non si vuole pensare. Pensare è doloroso. Questo è l'assioma di partenza delle scienze dell'ignoranza, di cui la psicanalisi è capofila. Ben gestita dall'illusione ontologica (o del seno buono), la volontà di ignoranza ha diretto attacchi espliciti e impliciti a entrambi i pensatori - attacchi che hanno registrato consistenti successi, come si vede giorno per giorno.

Affermando questo, mi si riconosce subito come freudiano. Freud stesso ha stabilito una serie di pensatori: Copernico, Darwin, Freud, che avrebbero inferto ferite irreparabili al narcisismo umano, aizzando la controreazione. Copernico detronizzò la terra dal centro dell'universo, Darwin l'uomo dal centro del creato, Freud addirittura esiliò l'uomo da casa sua, la coscienza. Ammesso che la presentazione freudiana della storia dell'uomo sia essa stessa non poco narcisistica, cosa si può dire di meno antropomorfo, cioè di meno legato alle contingenti vicende umane? Cosa dire che non sembri una difesa d'ufficio di questi due giganti del pensiero?

Innanzitutto, che questi due giganti del pensiero non hanno bisogno di essere difesi. Perché? Perché non sapremmo come difenderli. Le loro imprese escono assolutamente dall'hortus conclusus del benpensantismo, tanto che il senso comune non ha strumenti per giudicarli. O li accetta, diventando senso fuori dal comune, o li rifiuta, restando buon senso (aristotelico).

In fondo ho ben poco da dire a favore di Darwin e di Freud, a parte una piccola (grande?) differenza, che tuttavia si colloca fuori scala rispetto al metro comune di giudizio.

Darwin ha rinnovato completamente una scienza che già esisteva:

la biologia.

Freud ha inventato una nuova scienza che non esisteva prima:

la scienza dell'ignoranza (o dell'inconscio).

Darwin è un rinnovatore, Freud un innovatore.

Darwin è come Einstein. Freud come nessuno.

Linneo fu per Darwin quel che Newton fu per Einstein. Freud non ha avuto predecessori (forse neanche successori) in campo scientifico.

Chi è stato più grande tra Darwin e Freud?

Per partigianeria sarei tentato di dire Freud. E mi giustificherei subito affermando che Freud ha commesso errori più grandi di Darwin, perché impegnato in un'impresa più grande: l'invenzione di una nuova scienza, non solo il rinnovamento di una scienza preesistente. In effetti, Darwin ha commesso solo errori secondari all'interno di una teoria molto vasta, come il gradualismo, ereditato da Leibniz. Ma non ha sbagliato a presentare la propria teoria come teoria scientifica, disponibile alla confutazione. Invece su questo punto Freud ha sbagliato grossolanamente e per ben due volte. Innanzitutto, ha presentato la nuova scienza come dottrina inconfutabile (quindi in modo non scientifico) e, in secondo luogo, l'ha congegnata in modo prescientifico, con attrezzi intellettuali superati, come il principio di ragion sufficiente (eziologia traumatica), il finalismo (metapsicologia delle pulsioni) e la psicologia dei conflitti e delle difese, che suppone un piccolo uomo dentro l'uomo. Ci vuol altro per sviluppare l'epistemologia di una scienza dell'ignoranza (l'inconscio è ben un sapere che si ignora di sapere), degli autoinganni (in primis il narcisismo) e degli eteroinganni, con tutto il corredo di sintomi nevrotici (falsi godimenti). Ci vuole un'attrezzatura intellettuale e morale in grado di trattare una specie molto resistente – addirittura granitica – di falsità: il falso non falsificabile, che costituisce il nucleo patogeno di tutte le dottrine, non solo religiose.

I risultati li vediamo oggi. Del freudismo non si discute più, essendo una dottrina ormai sterile, custodita e protetta dentro le istituzioni professionali, al riparo da ogni contestazione. Del darwinismo si discute in lungo e in largo, perfino nelle sedi parlamentari. Dopo un breve periodo alla moda, in cui ha ispirato artisti e letterati, il freudismo oggi si perpetua per filiazione partenogenetica e/o scissipara dentro le conventicole psicanalitiche, ognuna ortodossa e settaria a suo modo. Il darwinismo, per contro, è uscito dalle accademie e invaso le piazze, sfidando l'ignoranza costituita. Il freudismo genera conformismo psicoterapico. Il darwinismo fa pensare.

Cosa è meglio?

Invece di rispondere, riformulo la domanda iniziale:

E se la psicanalisi avesse in futuro un Darwin?

Si tranquillizzino le scuole di psicanalisi e le associazioni professionali di psicoterapia. Un evento del genere è atteso. Prima o poi succederà, anche se molto probabilmente io non lo vedrò. Se è vero che la psicanalisi è una scienza, sta scritto che arriverà un secondo Darwin a porla su basi scientifiche, come il primo Darwin ha definitivamente posto su basi scientifiche la biologia. Non è un attesa messianica la mia. Avvisaglie di questo evento non sono mancate. Alcuni ci hanno provato (Bion, Lacan, Winnicott) con risultati non del tutto soddisfacenti. Relativamente presto qualcuno, superando l'impostazione dottrinaria e i vincoli scolastici, ci riuscirà definitivamente, nonostante le resistenze alla scienza degli ordini professionali.

*

Aristotele vs Darwin

Che ci azzecca Darwin con Aristotele? chiederebbe un noto volto mediatico. Aristotele sta al vertice dell'ignoranza prescientifica, che sbarra per quasi due millenni la via d'accesso alla scienza. Darwin sta all'inizio di un processo epistemologico che si tira su sulle stringhe della propria ignoranza e che non è ancora finito.

Eppure i due hanno qualcosa di profondamente comune. Parto dalla definizione di evoluzione che si trova in uno dei migliori manuali di biologia evoluzionistica in commercio: Mark Ridley, Evoluzione. La storia della vita e dei suoi meccanismi, a cura di M. Ferraguti, McGraw-Hill, Milano 2006.

"EVOLUZIONE significa CAMBIAMENTO: più in particolare, si tratta di un cambiamento morfologico, [biochimico] e comportamentale degli organismi nel corso delle generazioni" (ivi, p. 5).

La domanda comune ai due "ragionatori" è

"cosa genera cosa?"

Dal punto di vista psicanalitico entrambi si interrogano sulla funzione paterna. Ma si danno risposte diverse. La risposta aristotelica è antropomorfa. Esiste una causa che produce un effetto come esiste un artista che produce una statua. La risposta darwiniana sta nella riformulazione della domanda:

"cosa genera cambiamento nella generazione della cosa?".

La tesi indimostrata di partenza di Darwin è che esista una discendenza con modificazioni a partire da un antenato comune. Lì si condensa tutta l'ignoranza del naturalista che deve supporre una variabilità spontanea, cioè SENZA CAUSA, non conoscendo ancora le leggi genetiche di Mendel. Ma, ripeto, l'ignoranza di Darwin è scientifica: apre il discorso della ricerca, non lo chiude. La congettura darwiniana è feconda. All'iniziale seguiranno altre congetture: prima la sintesi neodarwiniana, poi la teoria degli equilibri punteggiati e ne seguiranno altre ancora. Tutto ciò nell'arco breve di un secolo e mezzo di storia. A confronto la sintesi aristotelica è rimasta lettera morta e immutata per millenni, quasi fosse la parola di dio rivelata.

Ancora oggi, che si conosce qualcosa in più della variabilità biologica in termini di genetica delle popolazioni, la teoria darwiniana rimane una teoria poco eziologica, fondamentalmente indeterministica. La selezione naturale non è la causa della evoluzione delle specie, ma il fattore che le stabilizza, impedendo eccessivi cambiamenti e conservando i migliori adattamenti all'ambiente. La nascita delle specie, cioè l'avvento del cambiamento nella generazione, è un fenomeno relativamente eccezionale e in gran parte "spontaneo", come il moto inerziale, in fisica classica, o il decadimento radioattivo, in fisica quantistica.

Detto in termini psicanalitici, per Darwin il padre o non c'è o, se c'è, non si presenta sotto spoglie antropomorfe. Il padre darwiniano è la condizione metaempirica del cambiamento empirico. Il padre darwiniano è trascendente, quasi un dio. Dopo tutto, Darwin era laureato in teologia. Con questa precisazione: il dio di Darwin non crea la cosa, ma il cambiamento della cosa. Ma soprattutto è un dio aperto alle più disparate congetture. E' il dio della deriva genetica (Cavalli Sforza). E' il dio del Quarto Principio della termodinamica (Stuart Kauffman e i teorici della complessità). E' il dio...

Per un apprfondimento del tema "Freud e Darwin" vai alla pagina

Perché è bene che un freudiano conosca Darwin?

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