LA PSICANALISI SECONDO |
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"SE NON SAI, SAPRAI" |
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Vieni da "filosofi epistemici" o da "sapere degli oggetti" Sei in "Cartesio"
Ecrire contre ceux qui approfondissent trop les sciences. Descartes. (B. Pascal, Pensées, Pléiade 427) Ode a Cartesio “Cartesio esangue” tu leggi nel testo dar vita a un doppio circolo di linfa ispira; l’altro nutre lo scienziato L’affinità tra i due soggetti è nuova. Milano, 12 giugno 2003
Larvatus prodeo. "Come gli attori, perché il rossore della vergogna non appaia loro in volto, vestono la maschera, così anch'io sul punto di salire su questa scena mondana, di cui fin qui fui spettatore, avanzo mascherato". (Cogitationes privatae, 1) Perché? Che bisogno aveva Cartesio di procedere mascherato? "Qu'est-ce que cherche Descartes?" si chiedeva Lacan nel seminario del 3 giugno 1964. E rispose: "C'est la certitude". Sì, ma che bisogno c'era di mascherarsi per cercare la certezza? Forse perchè in un'epoca dominata dalla teologia, che possiede la verità rivelata, quindi originariamente certa, cercare la certezza è un atto potenzialmente blasfemo. Forse perché cercare la certezza è cercare a tutti i costi l'eresia, essendo un modo per mettere in dubbio la verità rivelata? Non lo sapremo mai. Possiamo escogitare le più diverse congetture finalistiche - quella che preferisco è che Cartesio si travestisse da teologo per far passare verità non teologiche, come il cogito e l'esistenza di un dio ingannatore (sic) - ma non possiamo dimostrarlo. Ogni congettura sulla maschera di Cartesio vale come quella sulla sua causa di morte. Dicono che fu avvelenato dai Gesuiti. Difficile non crederlo, ma più difficile dimostrarlo. Anche la sua morte fu mascherata. Poco male. Dopo Freud sappiamo trattare le maschere. Sappiamo che la maschera è un sintomo. Se crediamo a Freud, non ci resta che applicare alla maschera di Cartesio l'analisi del sintomo. A cosa serve un sintomo? A niente - a godere. Con il suo sintomo Cartesio giocava e godeva. Ma tra una partita e l'altra del gioco, negli interstizi del godimento, fece passare pensieri mai pensati prima ai tempi dell'aristotelismo scolastico. Per me conta solo questo. Non mi interessa che la sua metafisica fosse platonizzante e ultimamente teologica, né che la sua meccanica dei vortici puramente fantastica. Mi interessa solo che abbia posto la questione del soggetto in metafisica e del meccanicismo in fisica. Il resto lo lascio ai professori di storia della filosofia. Certo è che, larvatus sive non, Cartesio riuscì a produrre i maggiori fraintendimenti nei suoi confronti. Era questo che voleva? Cartesio dualista, Cartesio idealista, Cartesio meccanicista, Cartesio razionalista, Cartesio platonista. Uno scolastico francese, Etienne Gilson, arrivò a dire che Cartesio prolungava Tommaso. Le maschere di Cartesio non si contano. Vuoi diventare famoso? Scrivi un libro sugli errori di Cartesio. Non è difficile. Di errori ne ha commessi tanti. E li ha anche difesi con una certa arroganza. Per esempio, nel suo capolavoro, la Geometria, sosteneva di aver costruito un compasso per risolvere tutte le equazioni. Ingenuità del genio in delirio di onnipotenza. La sua fisica dei vortici è fantascienza. Ma... anticipa la fisica quantistica. I geni commettono tanti piccoli errori. Gli epigoni dovrebbero sceverare tra gli errori minori le intuizioni geniali. Invece no. Con Cartesio ci si accanisce sugli errori. Damasio gli rimprovera di non avere tenuto nel debito conto le emozioni umane. Gli scolastici lacaniani lo ritengono responsabile di aver fuorcluso la verità dalla filosofia, scaricandola su dio, e di aver creato le premesse per la scienza positivista: senza soggetto, quantitativa, meccanica. Sciocchezze, che si giustificano in parte come tentativo puerile di scaricare sulla scienza la responsabilità dell'avvento del nichilismo, però... All'analista il cumulo di tanti fraintendimenti fa pensare una cosa sola: esiste una resistenza. A che cosa? Domanda da cento milioni di dollari. Tanto vale scommettere. La teoria delle probabilità, tra l'altro, nasce proprio in epoca cartesiana come metodo generale per trattare le congetture, non solo sugli esiti del gioco. Quindi, il metodo della scommessa si applica "naturalmente" a Cartesio. Invita a scommettere su cosa c'è dietro la maschera cartesiana. Io, un'ipotesi su cui puntare, ce l'avrei. A molti può sembrare pazzesca. Io stesso esito a formularla. Ma non è meno folle delle tante congetture circolanti sulla morte di Cartesio per veleno luterano o per piano gesuitico. Non è, neppure, meno delirante delle costruzioni che si fanno in analisi e che sorprendentemente producono effetti terapeutici. La mia non è una congettura storica ma strutturale. Si basa sulla simmetria tra Cartesio e Freud. Chi, pur non procedendo mascherato, ha prodotto tante e forse maggiori resistenze al proprio pensiero - non è il caso di minimizzare - fu Freud. Ecco, allora, la congettura su cui scommetto, proprio sulla base di un'evidenza quantitativa - estrinseca quanto volete ma solida: tante resistenze contro Cartesio, altrettante contro Freud. (Detto con un pizzico di Nachträglichkeit freudiana). Dietro la maschera di Cartesio c'è Freud. Il percorso personale che mi ha portato a formulare questa congettura è stato molto tortuoso. Non vale la pena biografarlo: settembre 1997, un invito di un'università del Centro Italia, un viaggio, un seminario, qualcuno ti mette una pulce nell'orecchio ... Per prendere pulci basta aver orecchio. E' una vecchia storia. Si buttano alle ortiche le dottrine scolastiche, come premessa per pensare. E' un topos ... cartesiano. Per immaginare Freud dietro Cartesio - grande pensata, ammettetelo - ho dovuto uscire dalle scuole di psicanalisi a cui ho appartenuto (a volte, addirittura fondandole). Ma di questo basta. La congettura è un'affermazione indimostrata ma non necessariamente indimostrabile. E' cartesianamente falsa, perché può essere revocata in dubbio e sospesa, come in analisi fa l'analista, che dedica "un'attenzione ugualmente sospesa" alle congetture che emergono dallo scavo analitico. La mia congettura, poi, non promette nulla di buono, quanto a possibilità di dimostrazione rigorosa. Allora mi permetto di barare un po'. Come dimostrazione non ammetto solo la dimostrazione logica in senso stretto, quella che deduce teoremi da assiomi, (ma se c'è, è benvenuta), e neppure solo la dimostrazione indiziaria, data dalla convergenza degli indizi, alla Conan Doyle o alla Poirot, per intenderci (ma anche questa, se c'è, è gradita). Perché con le congetture ci vuole una dimostrazione congetturale. Cosa intendi con dimostrazione congetturale? Con dimostrazione congetturale di una congettura intendo la produzione di nuove congetture a partire dalla congettura iniziale. Una congettura è congetturalmente dimostrata, se produce nuove congetture. Vuoi un esempio di dimostrazione "congetturale"? Te ne do una riguardante una famosa congettura - l'infinitezza dei numeri primi gemelli - che ogni matematico ritiene vera, pur mancando della dimostrazione rigorosa. La mia dimostrazione "congetturale" è di tipo probabilistico. Ogni matematico sano di mente la riterrebbe per lo meno "spericolata". Ma è solo un esempio per chi non ha esperienza di psicanalisi, cioè di come in psicanalisi si lavora cartesianamente con l'incerto oggettivo per produrre il certo soggettivo, magari mantenendo un pizzico d'errore o, detto in termini cartesiani, di erranza. In generale, nella vita quotidiana la dimostrazione congetturale è diffusamente applicata. Essa viene introdotta da una formula del tipo: "Non vi sono ovvie ragioni per non credere che...". In logica epistemica la doppia negazione applicata al sapere (credere) produce ancora un sapere. Credere è non poter non credere. (Lo giustifica un noto lemma di Kolmogorov. Cfr. il mio Una matematica per la psicanalisi). (A proposito di probabilità. C'è sempre una quota di soggettività in ogni considerazione probabilistica, persino in quella valutazione più oggettiva che è il calcolo della frequenza statistica di un evento. E' questa componente soggettiva che giustifica la scommessa, come sa bene il giocatore d'azzardo incallito. E' questa componente soggettiva che sostiene la congettura scientifica e a volte ne decreta la fortuna nel Denkkollektiv professionale). Lo psicanalista freudiano, a suo modo un giocatore d'azzardo, mi capisce subito. Non si scandalizza per eventuali lapsus del discorso, magari veri e propri errori. Con gli errrori, anzi con l'erranza, lui ci lavora quotidianamente. L'interpretazione psicanalitica, infatti, è vera, non tanto se è formulata in ottemperanza a certi schematismi o se concorda con il dato biografico dimenticato. L'"atto analitico" è vero se produce l'affiorare di "nuovo" materiale incoscio, cioè, nel mio linguaggio, se si configura come una congettura che produce nuove congetture. Il principio congetturale di verità non è la concordanza tra sapere ed essere, ma è la fecondità del sapere che genera nuovo sapere. Detto in breve: è vero ciò che produce nuovo sapere. La verità come novità epistemica non è mia invenzione. Risale alle Costruzioni in analisi di Freud. Per procedere devo entrare nei dettagli. In fondo, bisogna riconoscerlo. Non hanno tutti i torti i lacaniani a predicare che Cartesio fuorcluse la verità. E' vero, in parte, anche se i lacaniani non lo sanno. (La loro è un'affermazione dogmatica). Cartesio parzialmente fuorcluse la verità ed è il suo maggior titolo di merito essere riuscito a farlo in modo soft. Propriamente quella di Cartesio fu una rimozione con conseguente ritorno del rimosso. Cartesio rimosse dal discorso filosofico - che in questo modo diventava scientifico - la verità categorica di marca aristotelica e gli ritornò la verità condizionata e provvisoria delle congetture scientifiche. La verità categorica è una verità binaria del tipo: A è vero (cioè è), non A è falso (cioè non è). Discorsi fortemente binari come questo non hanno più corso dopo Cartesio. Il quale con il semplice gesto di proscrivere il binarismo forte escluse dal discorso scientifico tutta - dico tutta - l'ontologia parmenidea dell'essere che è e del non essere che non è. Ho sviluppato l'argomento nel terzo capitolo del mio Scienza come isteria, (Campanotto, Udine 2005, pp. 117-156), intitolato appunto Cartesio e l'indebolimento binario. In Il genio della verità ("aut aut", 313-314, gen-apr 2003, pp. 151-170), ho sviluppato la nozione di verità come "parallelismo" tra sapere ("la neve è bianca") ed essere (se e solo se la neve è bianca). In corrispondenza mi sono divertito a classificare le epistemologie come le geometrie: con una sola parallela, l'epistemologia forte - con una sola verità - corrispondente all'ontologia categorica o parmenidea, a suo modo modellizzata dalla geometria euclidea (a curvatura nulla o parabolica); senza parallele, l'epistemologia nichilistica - senza verità - corrispondente a un'ontologia dove non esistono fatti ma solo interpretazioni, a suo modo modellizzata dalla geometria riemanniana (a curvatura positiva o ellittica); con infinite parallele, l'epistemologia congetturale - con più verità, ciascuna "falsa" fino a prova contraria - corrispondente all'ontologia dell'essere condizionato (in più modi) dal sapere, a suo modo modellizzata dalla geometria lobacevskiana (a curvatura negativa o iperbolica, che è anche quella che si incontra più di frequente nelle varietà topologiche multidimensionali). Gli ultimi due casi rappresentano l'indebolimento epistemico. L'indebolimento è una condizione intrinseca ad ogni epistemologia scientifica. Infatti, Tarski ha dimostrato che in un sistema sufficientemente potente e coerente è impossibile esprimere un predicato-verità che per ogni proposizione "dica" che è vera sse essa è vera. (Più precisamente, non esiste un predicato V(x) tale che per ogni proposizione a si possa dimostrare l'equivalenza tra a e V(a)). Insomma, il parallelismo tra essere e sapere è sempre parziale. I fenomenologi lacaniani dicono che la scienza fuorclude la verità. E' preferibile il teorema di Tarski, che giustifica la correlazione tra incompletezza e fecondità: la fecondità non colma l'incompletezza; l'incompletezza stimola la fecondità. Sembra una perdita, l'indebolimento, invece comporta un guadagno, anche rilevante: la scienza moderna cessa di essere conoscenza certa delle essenze o delle cause, come la scienza antica - scienza dell'eidos in Platone, dell'ousia in Aristotele -, e diventa scienza congetturale delle esistenze. Dall'antico al moderno si passa da un discorso ideale a un discorso reale per via delle congetture. Concordo con Lacan nel definire le scienze moderne, in particolare le scienze umane, scienze congetturali. Il capolavoro di Bernoulli, che mette in rilievo l'importanza della congettura nell'assetto epistemico moderno, si intitola proprio così: Ars conjectandi (1713) (in tedesco Warscheinlichkeitsrechnung, in inglese Art of Conjecturing). Tanto dico per cominciare a orientare il collocamento della psicanalisi più sul versante esistenziale che essenziale. Qui sta anche "l'essenza" (nel senso aromatico del termine) della mia operazione antiscolastica. Infatti, le scuole, quelle di psicanalisi in particolare, per sopravvivere privilegiano l'essenza, codificata nella loro dottrina, e trascurano l'esistenza, che è l'oggetto della libera ricerca scientifica. In base a queste e altre considerazioni, la mossa cartesiana non è da poco e giustifica gran parte delle resistenze contro il pensiero di Cartesio, in particolare, nonché contro la scienza, in generale. La mossa cartesiana è innovativa e tuttora regge nonostante i molti errori - per non dire strafalcioni - del suo autore, il giocatore Cartesio. In sostanza, con il suo dubbio Cartesio porta in primo piano il sapere, come dubbio appunto, e sposta in secondo piano l'essere, come conseguenza del sapere. Nel cogito, ergo sum il cogitare precede l'esse anche grammaticalmente. Ma proprio la secondarizzazione dell'essere è recepita come trauma dal pensiero filosofico tradizionale, che resta fondamentalmente teologico-metafisico e teme di "non essere". E a questo proposito mi torna facile correggere Freud. In Le resistenze alla psicanalisi (1925, GW, vol XIV, p. 109) Freud parla di lesione (Kränkung) narcisistica che rispettivamente Copernico, Darwin e lui stesso avrebbero inferto all’umanità, detronizzando l’uomo dal centro delle considerazioni cosmologiche, biologiche e psicologiche. Dimentica Cartesio e la ferita più grave, quella filosofica, che fece perdere all’essere il primato sugli altri predicati, che godeva dai tempi antichi. Stesso discorso fa vatto per la verità, essendo verità ed essere strettamente apparentati sin dai tempi di Parmenide. Insieme all'essere Cartesio, e con lui il soggetto della scienza, spostano la verità in secondo piano. In un certo senso la lasciano in mano ai teologi. Ho appena parlato di fuorclusione parziale della verità. Infatti, in Cartesio la verità resta, ma in forma congetturale. Lo statuto congetturale è, in primo luogo, proprio della verità del corpo (Conjicio corpus existere, cfr. Sesta Meditazione) e, in secondo luogo, della verità matematica. In entrambi i casi Cartesio non fuorclude la forma logica della verità. La forma della verità cartesiana non è mai assoluta e categorica, ma è sempre condizionale, cioè porge la verità di A, dato B, dove A è conseguenza certa di B, mentre B stesso resta congetturale. In ultima analisi, anche la verità di A è congetturale. Non entro nel merito dei contributi di Cartesio alla matematica, che rimangono unici. L'unicità del contributo cartesiano va inteso nel senso tecnico precisato da Enrico Giusti nel suo aureo libretto (Ipotesi sulla natura degli oggetti matematici Bollati, Torino 1999, cap. 5), a cui rimando. Qui intendo ribadire che la forma di verità accettata da Cartesio non è altro che la forma matematica, cioè condizionale: Se B, allora A. In matematica, infatti, non esistono verità categoriche - del tipo: E' vero che A -, ma solo verità condizionali - del tipo: Se B è vero, allora A è vero. Qualunque cosa sia B - assioma, congettura o teorema precedentememte dimostrato - se B è vero, è vero anche A. Paradigma di verità condizionale è il famoso cogito. Il cogito è un condizionale epistemico-ontologico: Se sai, allora sei (sicuramente!). Risultato finale e originale (originario): nella modernità l'essere non è un dato incondizionato, ma è un risultato condizionato dal sapere. L'essere è una forma di sapere. Se c'è la forma - il sapere - c'è anche il contenuto - l'essere. Kant direbbe che l'essere è una categoria del soggetto trascendentale, cioè l'Io penso. ("Trascendentale" nel senso tecnico: condizione necessaria affinchè il soggetto sia possibile). In particolare Cartesio prende in considerazione una specifica forma di condizione epistemica: il dubbio. Il dubbio è un'alternativa epistemica. Si può esprimere così: o so o non so. Il punto è che è se le alternative sono finite, per es. solo due, sapere e non sapere, l'alternativa è valida, e in entrambi i casi produce un soggetto epistemico: un soggetto che sa, nel primo caso, o un soggetto che sa di non sapere, nel secondo. Un punto su cui i commentatori non insistono, ma che è vitale per la metapsicologia, è che il soggetto emergente dal dubbio è un soggetto finito, in quanto l'alternativa del dubbio è finita. Ma sulla finitezza del soggetto ormai è stata raggiunta la certezza. Sviluppo l'argomento nel mio La mente che non c'è (The inexistent mind), già citato in sapere del soggetto. Sui rapporti tra soggetto finito e infinitezza, vista come attributo di dio, rimando al saggio di Giovanni Leghissa, intitolato L’infinità di Cartesio e gli statuti del soggetto, pubblicato su "Scibbolet", 5, 1998, pp. 151-168. Sul tutto il resto domina l'incertezza. La verità dell'oggetto, eventualmente infinito, è per Cartesio incerta. E' garantita solo dal dio non ingannatore. Ma questo è un trucco pseudoteologico, che non ha ingannato nessun teologo. Per noi è un trucco superfluo, perchè l'incertezza non ci dà alcun fastidio. Infatti, sappiamo lavorare con l'incertezza, per esempio con il calcolo delle probabilità, che calcola i valori attesi, certi sul lungo periodo. Anche il corpo è incerto e trattabile solo mediante congetture. Il campo dell'incertezza (la res extensa) è il campo di lavoro epistemico - con gli strumenti delle congetture e delle scommesse. E' l'orticello dove lavora il soggetto cartesiano (la res cogitans): è il campo della scienza. E Freud? Praticamente Freud prolunga Cartesio. Il suo inconscio è un terzo stato epistemico. Dopo il sapere e il non sapere, Freud introduce il non sapere di sapere ancora. Il sapere inconscio è un sapere a tutti gli effetti e come tale condiziona l'essere del soggetto. Ma non è un sapere immediatamente disponibile. Emerge solo après-coup, nachträglich, in forma differita, dopo un lungo lavoro di analisi, cioè dopo un lungo tempo per comprendere, direbbe Lacan. A proposito, e Lacan? Praticamente Lacan prolunga Freud, che prolunga Cartesio. Il suo inconscio è un quarto stato di sapere. Dopo il sapere, il non sapere e il non sapere di sapere ancora, Lacan introduce il sapere dell'altro e guadagna la dimensione collettiva dell'inconscio, già preconizzata da Jung. A questo proposito il testo lacaniano di riferimento è Il tempo logico (J. Lacan, Ecrits, Seuil, Paris 1966, p. 197), che io preferisco chiamare Tempo epistemico. Non potendo io metterlo in rete, tu ti devi accontentare del primo capitolo del mio libro ("Il soggetto dell'incertezza. Da Cartesio a Freud e ritorno", in Scienza come isteria, Campanotto, Udine 2005, pp. 19-47). * Fondamentalmente, la prova che la congettura Freud dietro Cartesio è giusta sta nella fecondità del sito in cui è formulata. Se arrivano conseguenze analiticamente rilevanti da coloro che lo frequentano, allora la congettura è vera o funziona come se fosse vera. Se non produce risultati, allora è falsa e può essere buttata via. Con il suo decadere si può chiudere anche questo sito. Il discorso sul sito continua in Se non vuoi subito tornare alla home, puoi consultare il testo di Jaakko Hintikka, nella versione del mio amico Agostino Lupoli. Si intitola: Cogito: Inferenza o Performance? Chi si è impratichito con il modo di ragionare di questo sito sa già la risposta. Tuttavia, consiglio di dare lo stesso un'occhiata al testo di Hintikka, per avere una visione meno della mia bizzarra sulla performance di Cartesio, collocata all'interno della filosofia analitica. In ambito fenomenologico, una visione certamente più accademica della mia delle "peripezie" del cogito è quella che Pier Aldo Rovatti espone nella prima parte del suo libro La posta in gioco, che allego con la sua autorizzazione. Rovatti evidenzia la simmetria di Cartesio, che starebbe a metà strada tra Husserl e Heidegger. Cartesio dubita, cioè non crede vero ciò che vede nel mondo. Husserl dubita due volte: dubita del dubbio di Cartesio, riducendolo a negazione di esistenza del mondo. Il metadubbio husserliano, contro cui prende posizione anche Lacan nel Seminario II (Seuil, Paris, 1973, pp. 332-333), si chiama epoché (cfr. Idee I, § 27-32). Heidegger, invece, dubita zero volte. Per lui non c'è dubbio, ma solo la certezza del subjectum di fronte all'ente. Heidegger azzera così il dubbio di Cartesio, riducendolo a "immagine del mondo". Per Heidegger è scontato che rappresentare l'oggetto implichi il rappresentarsi del subjectum a se stesso. (M. Heidegger, "L'epoca dell'immagine del mondo", in Sentieri interrotti (1950), trad. P. Chiodi, La Nuova Italia, Firenze 1984, pp. 72-101, ma vedi anche le pagine su Nietzsche II, Adelphi, Milano 1994, pp. 656-698). La simmetria logica tra i due pensatori - come la simmetria matematica è quella dell'un dubbio tra zero dubbi e due dubbi - sta nella loro intrinseca incapacità di pensare epistemicamente il dubbio come non sapere se si sa o non si sa. I due fenomenologi riescono a non pensare il dubbio in due modi uguali e opposti. Per loro il dubbio si riduce innanzitutto a un enunciato di logica apofantica, la logica binaria aristotelica. Poi, per il primo il dubbio è negazione, mentre per il secondo è affermazione del mondo. Il risultato finale è uguale per entrambi: la perdita del soggetto finito della scienza. L'oggetto - l'infinito - era andato perso già molto tempo prima. Con queste considerazioni credo di aver reso giustizia a Cartesio rispetto alle due classi di fraintendimenti, quelli più comuni, a cui si possono ricondurre gran parte delle confutazioni degli "errori di Descartes". Quanto precede è riassunto da un punto di vista psicanalitico originale e applicato alla realtà dei nuovi media nel saggio dello psicanalista zurighese Olaf Knellessen Accelerazioni. Zum Unendlichen in der Psychoanalyse und in den neuen FORTUNA DI CARTESIO? Non entro nel dibattito sull'idealismo di Cartesio. Lo lascio alle competenze degli storici della filosofia. Non entro neppure nel merito della questione del cosiddetto dualismo cartesiano. Mi limito a smarcarmi da tale questione, ricordando che le due res cartesiane sono res a diverso titolo e soprattutto non a titolo di sostanza. Una, la cogitans, è un teorema ben dimostrato di logica epistemica, che istituisce il soggetto della scienza come entità par provision. Se pensa esiste, altrimenti no. L'altra, l'extensa, è una bella congettura che ha dato finora lavoro ai topologi. In questa sede mi limito a considerazioni adatte a un sito di psicanalisi. In breve, Cartesio non ebbe fortuna e probabilmente non ne avrà molta nell'immediato futuro – fatta eccezione per il "ristretto" campo della matematica, dove propose forme di pensiero tuttora feconde. Subito dopo di lui, Leibniz e Wolff restituirono all'ontologia il primato della teologia sulla filosofia. L'opera di annullamento di Cartesio si è completata a livello epistemico con Kant e Husserl, cui è seguita l'innumerevole serie di "errori di Cartesio", pubblicati da autori universitari in cerca di facili riconoscimenti e di psicanalisti in cerca di autorizzazione (vedi la questione della fuoclusione della verità). C'è stato, ad opera dei suoi avversari, un sistematico lavorio di annullamento del soggetto della scienza, addirittura in nome di un maggior rigore scientifico. Esemplare in questo senso fu la fenomenologia di Husserl, al quale dava fastidio l'ontologia non trascendentale di Cartesio. Husserl non riusciva a digerire la caducità ontologica del del cogito e credette di rinforzare Cartesio inventando il metadubbio o dubbio sul dubbio, sotto forma di epoché o riduzione fenomenologica . Su questa questione vale la pena esporre in questo sito di psicanalisi una breve riflessione. Il ricercatore sa bene che non si può realizzare alcuna osservazione empirica senza presupposti (cfr. Ludwik Fleck, Il problema della teoria cognitiva). Anche Kant lo sapeva. La differenza tra Kant e il ricercatore (cartesiano) è che i presupposti kantiani formano lo schematismo trascendentale, mentre i presupposti del ricercatore sono semplici congetture circolanti nel proprio collettivo di pensiero. Lo schematismo trascendentale è necessario, le congetture empiriche contingenti. Introducendo la dimensione dell’assoluto, il trascendentale uccide la scienza, la quale opera attraverso verità contingenti, condizionate e non assolute. Il trascendentalismo è una forma laica di nostalgia dell’assoluto, che marchia la successiva attività epistemica del soggetto in senso ontologico-religioso. (Trascendentale = trascendente sotto le false spoglie del rigore cognitivo). In ultima analisi, il trascendentalismo è la forma moderna, studiata contro Cartesio, di logocentrismo. L'operazione anticartesiana eleva il soggetto sul piano trascendentale e configura il suo operato scientifico come ricerca astratta delle essenze, cioè come ciò che nell'oggetto è condizionato solo dall'oggetto ed è indipendente dal soggetto. Così sfumano i guadagni che il dubbio aveva capitalizzato: quello soggettivo (il cogito) e quello oggettivo (l'infinito). Una volta sostituito dalla certezza trascendentale, il dubbio non è più dubbio. Con la denaturazione e la sterilizzazione del dubbio si perdono le conseguenze epistemiche caratteristiche della modernità: la finitezza del soggetto, l'infinitezza dell'oggetto e tra i due l'inconscio freudiano, inteso come sapere che non si sa di sapere. Questa "regressione copernicana" – così propongo di ridefinire la cosiddetta rivoluzione copernicana di Kant – rende Cartesio non avvenuto nella misura in cui trascendentalizza e assolutizza il suo soggetto. Il quale, invece, è e deve rimanere par provision e strettamente al terra terra della pratica scientifica. L’operazione di annullamento di Cartesio, iniziata da Kant fu portata a termine con successo accademico da Husserl. La tomba entro cui Husserl seppellì Cartesio si chiama riduzione fenomenologica. (Vai alla pagina epoché). La fenomenologia, annullando Cartesio con la pretesa di renderlo rigoroso, si configura come la vera nemica della psicanalisi freudiana.
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