LA PSICANALISI SECONDO
SCIACCHITANO

"TU PUOI SAPERE LA VERITA' DELLA COSA"

aggiornata il 7 gennaio 2009

 

 

Il più alto concetto, da cui si suol prendere le mosse in una filosofia trascendentale, è comunemente la divisione (Einteilung) di possibile e impossibile. Ma, poiché ogni divisione presuppone un concetto diviso, deve essere addotto un concetto ancora più alto, e questo è il concetto di un OGGETTO IN GENERALE (Gegenstand überhaupt) (assunto in modo problematico). Poiché le categorie sono i soli concetti, che si riferiscono a oggetti in generale, il distinguere se un oggetto è qualche cosa o è niente, procederà seguendo la classificazione e l’indicazione delle categorie.
I. Kant, Critica della ragion pura (1781). (Nota all’anfibolia dei concetti della riflessione) Dottrina trascendentale degli elementi. Parte II: Logica trascendentale. I. Analitica trascendentale. Libro II. Appendice, trad. Giovanni Gentile e Giuseppe Lombardo Radice, Laterza, Bari 1977, p. 281
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buco della serratura

In psicanalisi l'oggetto non è un dato a priori, consistente e immutabile ab aeterno, indipendente dal soggetto, ma è una costruzione epistemica prodotta dal soggetto in modo variabile nel tempo.

Dagli inizi del millennio, dell'oggetto come "cosa epistemica", costruita dal soggetto, ho fatto il mio manifesto per la psicanalisi. Vedi "La Cosa epistemica" su "aut aut" (301-302, 2001, pp. 249-268) e "Das epistemische Ding" su "Riss" („Zeitschrift für Psychoanalyse“, 57/58, 2003/II & III, S. 33-57) .

Devo questa nozione a Hans-Jörg Rheinberger, epistemologo del Max Plank Institut di Berlin, di cui propongo un testo da me tradotto per "aut aut" (337, gennaio-marzo 2008, pp. 187-200), tratto dal suo libro Iterationen, Merve Verlag, Berlin, 2005, pp. 9-29:

Cose epistemiche

(titolo originale "Alles, was überhaupt zu einer Inskription führen kann").

Cos'è una cosa epistemica?

si chiede chi non ha esperienza di prima mano di pratica scientifica.

Posso facilmente fare degli esempi non scientifici. Per esempi scientifici rimando ancora a H. J. Rheinberger, Toward a History of Epistemic Things. Synthesizing Proteins, Stanford Univ. Press, Stanford, California 1997. Ne ho proposto a diversi editori la traduzione, ma mi hanno risposto che i loro lettori non potrebbero adottare il libro in un corso universitario. In Italia non siamo ancora pronti a recepire la nozione di "cosa epistemica".

Una cosa epistemica è un montaggio.

L'analista dovrebbe sapere cos'è un montaggio pulsionale. In questo sito tendo a lasciar cadere la nozione di pulsione (perchè nozione finalistica, quindi prescientifica) ma conservo la nozione di montaggio.

Un montaggio è una costruzione, per esempio in analisi. Un montaggio risponde al principio intuizionista per cui un oggetto esiste solo se si può esibirne una costruzione. Nel III cap. delle sue Costruzioni in analisi Freud riconosce meravigliato che esistono costruzioni - praticamente deliranti - che producono effetti terapeutici, quindi sono oggetti effettivamente esistenti, anche se non corrispondono ad alcun particolare evento biografico (sono cioè antistoriche).

Un montaggio finito è, per esempio, questo sito in cui stai navigando: un insieme finito di rimandi (link) e di rimandi di rimandi.

Esistono montaggi infiniti?

Certo! Esempi prescientifici di montaggi epistemici infiniti sono i montaggi (montature?) teologici. Lo riconosce Agamben che vede nella teologia trinitaria il paradigma di teoria economica-politica. Cfr. la sua serie Homo sacer, in particolare G. Agamben, Il Regno e la Gloria, Neri Pozza, Vicenza 2007.

Del resto lo sapevano bene già Benjamin (cfr. I Tesi sulla storia) e Cartesio. Quest'ultimo, poi, per far passare la propria filosofia epistemica dell'essere condizionato dal sapere, non trovò niente di meglio che adottare il travestimento teologico, pur sapendo quanto sarebbe stato frainteso. (Larvatus prodeo)

NB. Non è la teologia che si presta ai travestimenti, ma è l'epistemologia in generale che produce facilmente Entstellungen, o deformazioni, come le chiama Freud. Per leggerle non occorre nessuna dietrologia. Basta un po' di pratica con le trasformazioni topologiche del sapere. La negazione che non nega sempre, la non categoricità degli oggetti, le simmetrie tra le diverse forme di sapere (per esempio, conscio, preconscio, inconscio) ecc., sono queste le ordinarie Enstellungen o deformazioni con cui ha che fare l'analista.

La cosa epistemica per antonomasia, come dicevo, è l'infinito, che è l'oggetto della scienza moderna. Cfr. in "aut aut", 301-302, 2001, pp. 249-268, il mio

La Cosa epistemica.

L'analista avverte una peculiare difficoltà a concepire l'infinito come oggetto, in particolare come oggetto del desiderio. Non ha tutti i torti. L'infinito è un oggetto difficile da costruire, non essendo concettualizzabile in modo esaustivo. Per lo più l'infinito è considerato dall'analista o come di competenza della religione, in quanto dio sarebbe l'infinito assoluto, o come portato del dubbio infinito di certe forme di ossessività o di psicosi. Io sono portato a credere che, alla base della resistenza all'analisi, nella forma peculiare, individuata da Lacan, di resistenza all'analisi dell'analista, ci sia la resistenza all'infinito.

In generale, da Aristotele in poi, l'infinito suscita resistenze in tutte le persone colte, in particolare di cultura umanistica. (Ma esiste, tutto ancora da riscoprire, un umanesimo matematico). Sono le resistenze della scienza antica alla scienza moderna. Sono esemplarmente rappresentate nella figura di Simplicio, inventata da Galilei nel suo Dialogo sopra i massimi sistemi. In questo sito si lavora per ridimensionare le idiosincrasie epistemiche dei vari Simplici - alcuni addirittura cattedratici -, pur sapendo che non si possono azzerare.

Un suggerimento in via preliminare, buono per l'analista ben disposto:

l'oggetto infinito è lo spazio,

fonico, visivo, orale, anale, che circonda il soggetto. Il soggetto sta, per così dire, alla frontiera di uno spazio topologico infinito. In questo senso l'oggetto non è ob-jectum o Gegen-stand. Non sta di fronte, ma intorno al soggetto. Lo circonda a 360 gradi e il soggetto non può coglierlo in modo completo.

E' questa una caratteristica degli oggetti infiniti, intesi come spazi, che li rende relativamente intrattabili con le attrezzature concettuali tradizionali. Non sono oggetti nel senso di ob-jecta o Gegen-stände. Non stanno alla portata del soggetto, disponibili ad essere rappresentati, tramite le sue categorie. Infatti, sono oggetti non categorici, cioè di essi esistono sì delle rappresentazioni, ma sono tante e tra loro non equivalenti. Risultato: non si può dire che l'oggetto sia questo, esibendone la rappresentazione. Aiutandomi con un gioco di parole, direi che l'oggetto del desiderio è un circum-getto. Circonda il soggetto, da cui deborda in tutti i sensi e in tutte le direzioni. Il soggetto può solo darsene rappresentazioni parziali, corrispondenti agli "oggetti parziali", che sono il pendant delle Partialtriebe freudiane. Dice Freud nella Lezione XXI: Es fehlt den Partialtrieben [...] nicht an Objekten, aber diese Objekte fallen nicht notwendig zu einem Objekt zusammen. ("Le pulsioni parziali non mancano di oggetti, ma tali oggetti non ricadono necessariamente in un oggetto". GW, vol. XI, p. 339, sottolineatura mia).

Mancando l'oggetto unitario e unificante, il filosofo Lacan - in quanto filosofo più sensibile a considerazioni sull'Uno che oggettuali - conclude che l'oggetto è perduto. (Tutto il IV seminario sulla relazione d'oggetto è l'epopea dell'oggetto che non c'è). Il meno che si possa dire è che l'oggetto del desiderio è perduto alla nostra rappresentazione, in quanto rappresentazione unificante. Ma l'oggetto esiste, è lì intorno al soggetto, che ha il "compito infinito" di riconoscerlo in mezzo alle sue infinite rappresentazioni. L'oggetto va ritrovato. Deve essere wiedergefunden, dice Freud, per esempio nel saggio sulla negazione, perchè la sua rappresentazione è solo provvisoriamente perduta tra tutte le altre rappresentazioni. In realtà non è perduta neppure lei. E' solo fuori posto, come un ago in un pagliaio. Così Freud corregge Lacan. (Il "ritorno a Freud" di Lacan è, in effetti solo "fenomenologico", cioè più apparente che reale).

*

Il mio contributo alla questione dell'oggetto che, secondo Kant, è "il più alto concetto di tutta la conoscenza umana" (I. Kant, Metaphysik), inizia da una semplice distinzione.

Propongo di distinguere tra

oggetto della conoscenza

e

oggetto della scienza.

A chi questa differenza risuonasse pellegrina consiglio di cominciare a pensarla come la differenza tra esperienza ed esperimento: naturale, spontanea e immediata la prima; innaturale, strumentale e mediata, la seconda. L'oggetto dell'una sta all'origine della sapienza e di un'etica forte, l'oggetto dell'altra informa di sé una scienza e un'etica deboli. La prima fortemente fondata sul principio di verità come adeguamento dell'intelletto alla cosa, la seconda debolmente fondata sulla verità come fecondità: è vero ciò che produce vero. Una mirante a determinare l'essenza, per via delle cause, l'altra a topologizzare l'esistente, cioè a circoscrivere ciò che c'è mediante una o più geometrie della res extensa.

L'oggetto della conoscenza è il punto di riferimento di ogni gnoseologia, in particolare del cognitivismo antico (ippocratico) e moderno (kantiano). L'oggetto della conoscenza esiste ed è il baricento della prova di realtà (intesa anche in senso psichiatrico). La sistemazione gnoseologica più attendibile dell'oggetto della conoscenza è quella kantiana. Una sintesi rapida, che non trascura la dimensione linguistica dell'atto cognitivo, ponendo in posizione simmetrica "linguistico" e "trascendentale", si trova nell'articolo di Laura Sturma,

Kant forever,

pubblicato su "aut aut".

Lo statuto dell'oggetto è diverso per i due soggetti della scienza e della conoscenza. Per il soggetto della conoscenza l'oggetto si pone nel registro dell'influenza. precisamente: per la conoscenza idealista l'oggetto è ciò che il soggetto non influenza (frege). (cosa c'è di meno influenzabile dell'idea?). Per la conoscenza empirica l'oggetto è ciò che influenza il soggetto (Locke). Il termine psicanalitico per dire influenza è paranoia. che la conoscenza sia paranoica, è la lezione di lacan da riprendere. Invece, per il soggetto della scienza l'oggetto è una costruzione ex nihilo, starei per dire una creazione epistemica. Il termine freudiano è sublimazione.

L'oggetto della scienza - che secondo me coincide con l'oggetto del desiderio della psicanalisi - "esiste meno" dell'oggetto della conoscenza. Soprattutto è meno categoricamente definibile. E' un oggetto "sfuggente", come direbbe Brouwer. Non è né empirico - non si può farne esperienza, perché non si trova in natura - né razionale - non si può circoscriverlo con un concetto, perchè non è categoricamente definibile come qualcosa che è come è e non può essere altrimenti. Direi che si può sperimentare ma non farne esperienza diretta. Se ne raccolgono tracce mediante una strumentazione astratta o concreta, gravida di teoria - direbbe Bachelard - ma non può essere percepito o concepito immediatamente come qualcosa.

E' l'infinito.

Lo statuto dell'oggetto è diverso per i due soggetti della scienza e della conoscenza. Per il soggetto della conoscenza l'oggetto si pone nel registro dell'influenza. Precisamente, per la conoscenza idealista l'oggetto è ciò che il soggetto non influenza (Frege). (Cosa c'è di meno influenzabile dell'idea?). Per la conoscenza empirica l'oggetto è ciò che influenza il soggetto (Locke). Il termine psicanalitico per dire influenza è paranoia. Che la conoscenza sia paranoica, è la lezione di Lacan da riprendere. Invece per il soggetto della scienza l'oggetto è una costruzione ex nihilo, starei per dire una creazione epistemica. Il termine freudiano è sublimazione.

L'infinito è una struttura non categorica. Di esso si possono dare rappresentazioni non equivalenti (ordinali e cardinali, numerabili e non numerabili, ecc), che tuttavia non lo esauriscono. L'infinito è il padre di tutti i teoremi di incompletezza. Propriamente parlando, l'infinito non è finito. Al punto che è più corretto parlare, al plurale, di infiniti. I diversi infiniti - ordinali o cardinali, numerabili o non numerabili - sono oggetti a tutti gli effetti diversi. Perciò l'infinito è un oggetto "inesistente" - preso singolarmente in sé è come l'isola che non c'è - abbordabile solo tramite una logica congetturale, sempre in attesa di dimostrazione - di localizzazione topologica, si direbbe meglio in questo caso - come quella proposta in questo sito.

Il primo effetto epistemico dell'ambigua presenza dell'infinito nell'era moderna è lo scarto che si produce tra scienza e conoscenza, la prima ignota agli antichi (come il romanzo), la seconda codificata nei manuali cognitivi di tutti i tempi, da quello di Aristotele a quello delle giovani marmotte. La prima affascinata dall'infinito, la seconda inorridita. Ho trattato l'argomento della differenza tra scienza e conoscenza nel II capitolo del mio libro Scienza come isteria, Campanotto, Udine 2005. (Il soggetto della scienza e il soggetto della conoscenza, ivi, pp. 49-115).

Oltre che per i risvolti psicanalitici, la distinzione tra oggetto della conoscenza e oggetto della scienza è importante in generale per non cadere nella confusione, facile per chi di scienza non ha esperienza di prima mano, tra scienza e tecnologia.

Su scala biologica la scienza moderna esiste da poco tempo - da poco più di tre secoli, da Galilei in poi, se si escludono i preannunci archimedei - e non è integrabile in nessun piano di produzione economica né è strumentalizzabile da alcun potere. La tecnologia, invece, esiste da sempre - da quando, un paio di milioni e mezzo di anni fa, i primi australopitechi sono scesi dagli alberi - ed è essenziale a ogni civiltà, dove funziona come spinta verso il progresso manufatturiero (talvolta con connotazioni mistico-religiose di onnipotenza). Che la tecnologia usi oggi ai propri fini (ossia ai fini del potere) scoperte scientifiche, non autorizza a parlare di "tecnoscienza", come incautamente fanno i fenomenologi.

La scienza tratta l'infinito (che è una struttura non categorica) e (quindi) non è cognitiva.

La tecnologia tratta il finito ed è cognitiva.

Scienza e tecnologia restano profondamente divise e antitetiche, non meno delle poesie di Saffo e i romanzi gialli.

Sull'oggetto infinito del desiderio ho scritto qualcosa in un saggio, originariamente destinato alla rubrica Vita psichica di "aut aut", ma che per cambiamenti dei programmi redazionali non vide mai la luce. Si intitola L'oggetto debole, anzi infinito.

Questo discorso ha un'anteprima, psicanaliticamente rilevante, che può anche servire a introdurlo. In effetti, è stata la strada lungo la quale sono arrivato a concepire l'oggetto infinito del desiderio.

Una domanda sorge spontanea in chi mi legge.

Esiste un oggetto finito del desiderio?

La mia risposta è affermativa. Secondo me l'oggetto finito del desiderio è il feticcio. La mia tesi metapsicologica è semplice. Quando l'oggetto del desiderio, da infinito che è, diventa finito - ad esempio, per orrore dell'infinito (o della castrazione, direbbero i mitografi freudiani) - allora si instaurano due patologie sessuali: rispettivamente, nel maschio la perversione - dove l'oggetto è il feticcio, cioè un "prodotto finito" del lavoro umano - e nella femmina l'anoressia - dove l'oggetto è l'oggetto finito per eccellenza: il niente. Non è che non mangi, l'anoressia. Mangia il niente, suggerisce quel fine clinico di Lacan.

Ho parlato del primo caso al congresso di Livorno del 2002, nell'intervento intitolato La perversione è finita, pubblicato in Felicità e Illusione a cura di G. Bertelloni, S. Berti, P. G. Curti, Edizioni ETS, Pisa 2003, p. 139-158.

Del secondo caso trattano il mio primo libro Anoressia, sintomo e angoscia (Guerini e Associati, Milano 1994) e numerosi articoli e interventi a congressi. Tra i vari ne riesumo dal mio archivio tre: due in italiano e uno in tedesco.

Dei due in italiano, il primo può interessare i miei biografi, perché sono ancora (nel 1997 - l'anno della mia svolta cartesiana) su posizioni ostili alla scienza (che fuorcluderebbe il soggetto...) e uso ancora il termine lacaniano di "oggetto causa" del desiderio, come è abitudine nelle scuole lacaniane. Letto a un congresso in una casa di cura privata, questo testo provocò il licenziamento dell'organizzatrice, perchè considerato politicamente scorretto, cioè troppo antiippocratico (Anoressia essenziale).

Il secondo testo evita di affrontare la questione della scientificità della psicanalisi e oscilla tra il clinico e il letterario, prendendo spunto dal mio fastidio per le concezioni dottrinarie dell'anoressia (L'anoressia o il gran rifiuto).

Il testo tedesco affronta il tema del rapporto tra anoressia e oggetto infinito e segna la mia evoluzione cartesiana (Das Unendliche und die Anorexie, trad. A lezione di infinito dall'anoressia).

*

Da ultimo una considerazione che forse avrebbe dovuto venire per prima, essendo annunciata dal banner di questa pagina.

La verità è un oggetto.

Non lo dico da lacaniano, che ha magari nell'orecchio la prosopopea di Lacan: "Moi, la verité je parle". Semmai, da lacaniano, mi stupisco che un autore, il quale ha sostenuto e mai ritrattato sciocchezze fenomenologiche - fenomenali - come la fuorclusione della verità da parte del discorso scientifico, arrivi a intuire il valore oggettuale dei valori di verità, vero e falso, attribuendo un valore di verità alla Cosa freudiana.

Comunque, sulla concezione della verità come oggetto - inutile aggiungere che parla - preferisco lo sviluppo in estensione che ne dà Frege nel suo Senso e significato (Über Sinn und Bedeutung, 1892), anche se oggi si preferisce parlare, rispettivamente, di intensione ed estensione. Per un approfondimento dello stesso Frege sul tema, vedi anche Senso e significato postumo, dove l'autore utilizza la nozione di "saturazione" di una funzione mediante il proprio "argomento", nozione che aveva già introdotto in Funzione e concetto del 1891 (Funktion und Begriff).

Frege sancisce il decadere in epoca scientifica del principio di verità come adeguamento dell'idea alla cosa. ("'Vero' non è definibile. Non possiamo dire: una rappresentazione è vera quando concorda con la realtà", G. Frege, Logica, 1897). E' la cosa stessa, la verità.

Quale cosa?

La cosa della scienza, cioè l'infinito.

Questa precisazione va ricordata a tanti psicanalisti che si impegnao a definire il cosiddetto rapporto oggettuale.

Il rapporto con l'oggetto è il rapporto con la verità ed è originariamente un rapporto di incompletezza.

Lacan nasconde questa verità dietro i fumi del manque. (Ho sentito un suo allievo parlare della forclusion du manque-à-être!) Tutto il IV seminario sulla relazione d'oggetto è un lungo sproloquio sull'oggetto fonciérement perdu. In realtà, se è vero che la verità è un oggetto, la fuorclusione della verità, che i lacaniani attribuiscono a Cartesio e discendenti, altro non è che la fuorclusione dell'oggetto - un'operazione che caratterizza tutta la fenomenologia husserliana - proiettata sull'altro come fuorclusione della verità. Gli analisti dovrebbero intendersi di questi capovolgimenti.

Il fenomenologo non è messo meglio dell'analista. Non capisce che l'incompletezza, così come è codificata dai teoremi di Gödel, non ha niente a che fare con la perdita e la mancanza. Piuttosto l'incompletezza, tipica del discorso scientifico, è parente dell'indeterminismo. Non si può determinare scientificamente in modo completo l'essenza della verità, così come pretende il fenomenologo. La ragione è semplice. Non c'è niente né di misterioso né di mistico nell'indeterminismo. Se la cosa è l'infinito, e se l'infinito è un oggetto non categorico, allora della cosa, cioè della verità, non si può dare

La

rappresentazione completa ed essenziale.

(Quella di "essenza", non quella di soggetto, è la nozione veramente fuorclusa dal discorso scientifico).

Il resto sono frottole. E se il fenomenologo dice che la scienza fuorclude la verità, lasciamoglielo dire.

Al fenomenologo, in nome di una sua certa inclinazione al paradosso (cfr. § 53 della Crisi delle scienze europee di Husserl), dedico queste riflessioni di Wolfgang Pauli, premio Nobel per la fisica del 1945, sul rapporto soggetto-oggetto.

"La fisica moderna generalizza la vecchia opposizione tra soggetto conoscente e oggetto conosciuto e la estende all'idea di distinzione tra osservatore (o mezzo di osservazione) e sistema osservato. Laddove l'esistenza di tale distinzione è una condizione essenziale per la conoscenza umana, la sua posizione resta fino a un certo punto arbitraria, ed è il risultato di una scelta determinata da ragioni di opportunità e perciò parzialmente libera. In realtà, la relazione tra soggetto e oggetto ha proprietà paradossali, che hanno una grande analogia con la relazione tra mezzo di osservazione e sistema osservato, quale la incontriamo in fisica quantistica. Bohr riassume così questi paradossi della conoscenza: 'La descrizione della nostra attività mentale richiede da una parte un contenuto oggettivamente dato, contrapposto a un soggetto percipiente, mentre d'altro canto, come è già implicito in questa asserzione, una netta separazione tra soggetto e oggetto non può venire sostenuta in quanto anche quest'ultimo appartiene al nostro contenuto mentale'. Bohr aggiunge a questo proposito che 'l'analisi consapevole di un qualunque concetto si trova in relazione di esclusione con la sua applicazione immediata.' (N. Bohr, Teoria dell'atomo e conoscenza umana, Boringhieri, Torino 1961, p. 357).

Il concetto di coscienza richiede, dunque, una distinzione tra soggetto e oggetto. L'esistenza di tale distinzione è una necessità logica, ma la sua posizione [topologia] è fino a un certo punto arbitraria. La non osservabilità di questa situazione dà luogo a due diversi tipi di estrapolazioni metafisiche, che si possono considerare complementari l'una dell'altra.

Una è la concezione di oggetto materiale, o in generale fisico, come oggetto la cui costituzione e natura è indipendente dal modo in cui viene osservato. Abbiamo visto che la fisica moderna, costretta dai fatti, ha dovuto rinunciare a questa astrazione, che risulta troppo ristretta.

L'estrapolazione complementare è quella della metafisica indù [e della psicanalisi lacaniana] che concepisce un puro soggetto (del conoscere) che non ha più alcun oggetto. [...] In luogo della coscienza universale priva di oggetto, propria delle filosofie orientali, la psicologia occidentale ha introdotto il concetto di inconscio, la cui relazione con la coscienza conduce a situazioni paradossali, analoghe a quelle che si incontrano in fisica. Da un lato l'odierna psicologia attribuisce alla psiche inconscia un'ampia realtà oggettiva, dall'altro ogni divenire cosciente, ossia ogni osservazione, costituisce un'azione in linea di principio incontrollabile sul contenuto dell'inconscio, cosicché viene limitato il carattere oggettivo della realtà dell'inconscio, cui si deve attribuire anche una soggettività." (Wolfgang Pauli, Il significato filosofico dell'idea di complementarità (1949), in Id., Fisica e conoscenza, a cura di Antonio Sparzani, Bollati Boringhieri, Torino 2007, pp. 20-21)

 

Per chi non vuole tornare alla home resta da affrontare il problema centrale della cosiddetta "relazione oggettuale": la pluralità degli oggetti. Per cui rimando alla pagina

"oggettività plurale".

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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