“Se qualcuno desidera recuperare la salute bisogna innanzitutto chiedergli se è pronto a eliminare le cause della sua malattia. Solo allora è possibile aiutarlo”. Ippocrate.
Vieni da una delle tante pagine dove si sostiene che la sistemazione freudiana della psicanalisi, soprattutto grazie al ricorso al principio eziologico, è medica e non è scientifica.
Perché la medicina non è scientifica?
È presto detto. La scienza si differenzia dalla filosofia, perché una ha l’oggetto, l’altra no. Allora, la medicina non è scienza perché non ha oggetto. In quanto carente di oggetto la medicina è una pratica più vicina alla filosofia che alla scienza. Non a caso Heidegger pone a fondamento dell’ontologia la cura dell’esistere (Sorge).
L’affermazione è atta a suscitare le ire dei clinici medici.
Che si dividono in due partiti, come ai tempi delle diatribe medievali sugli universali. Da una parte ci sono i seguaci di Roscellino, che negava esistenza reale agli universali. L’oggetto della medicina esiste ed è l’individuo: nihil est praeter individuum. Gli universali sono puro flatus vocis. Una moderna rivisitazione del logico medievale è operata da Bruno Callieri in L’atto clinico come demitizzazione della nosologia (http://www.psychomedia.it/pm/modpsy/psypat/callieri2.htm). Dall’altra parte si schierano i settatori di Guglielmo di Champeaux, e prima di lui di Platone, per i quali gli universali esistono e sono più reali degli individui, come le idee sono più reali della realtà. Nel caso della medicina gli universali sarebbero le entità morbose, che nel loro complesso costituiscono la classificazione nosologica.
Al di qua delle sciocchezze filosofiche, bisogna dire che nessuna delle due citate posizioni attinge veramente alla scienza. Da una parte, l’individuo non è oggetto della scienza, ma del romanzo, in generale di una storia o di una ricostruzione storica più o meno fantastica. (Gli psicanalisti conoscono, infatti, il romanzo individuale del nevrotico). Dall’altra parte, l’entità morbosa non è oggetto della scienza perché, in quanto combinazione di diverse e numerose variabili, essenzialmente aleatorie (genetiche e ambientali), non definisce un oggetto ma un’area di fluttuazioni. In sintesi, in quanto l’individuo evolve nella diacronia non può essere oggetto di scienza ma solo di registrazione storica. (In medicina si parla di anamnesi). In quanto mira alla sincronia, l’entità morbosa è potenzialmente scientifica. E su questa nozione ci soffermiamo per mostrare che tale potenza rimane allo stato potenziale.
Sosteneva Sydenham: “Il nostro primo compito è di ricondurre tutte le malattie a certe ‘specie’ ben definite, con la stessa esattezza usata dai botanici nel compilare le loro classificazioni” (Th. Sydenham, Observationes medicales circa morborum acutorum historiam et curationem, London 1676).
Per rimpolparsi, l’ancora scheletrica analogia botanica dovette aspettare ben cent’anni prima di ricevere il contributo fondamentale di Giambattista Morgagni (1762). Istituendo il metodo anatomo-clinico, il fortunatissimo De sedibus et causis morborum per anatomen indagati dà corpo alla metafora di Sydenham. La quale – va detto – era botanica prima ancora di essere formulata. Risale, infatti, ai tempi del neoplatonico Porfirio e del suo albero dei generi e delle specie (IV sec. d.C.). Il contributo della medicina al rinverdimento della botanica prescientifica è sostanziale. È di forma e di contenuto. Le cause diventano la natura dell’entità morbosa, le sedi – organi, tessuti, sistemi – diventano il luogo di osservazione della malattia, la cosiddetta localizzazione, una sorta di seconda natura, dopo l’eziopatogenesi.
L’incrocio tra principio classificatorio, che dovrebbe consentire la completezza in estensione del sistema, e il principio di ragion sufficiente, che dovrebbe riempire di contenuti concreti le caselle vuote del formalismo classificatorio, costituiscono il nerbo epistemico della conoscenza prescientifica. Che è appunto conoscenza senza oggetto e pratica di uno schematismo enciclopedico vuoto. In epoca prescientifica si conosce quel che si legge nell’enciclopedia, che è il codice dove è depositata la dottrina vigente.
Insomma, in quanto dottrinaria, la medicina non ha oggetto – cioè è filosofica e non è scientifica.
La medicina è rimasta ancorata alla filosofia. Forse, addirittura, la medicina è all’origine della filosofia. Ippocrate ed Empedocle precedono Platone e Aristotele nell’indagine della natura. Ippocrate ed Empedocle aprono a Platone e Aristotele il campo dove esercitare le proprie sterili elucubrazioni. La loro filosofia originaria non è più riconoscibile come tale nei successori, perché è diventata buon senso e senso comune. Ma, non tanto di nascosto, la medicina sostiene il programma dell’ontologia senza oggetto, comune a entrambe: filosofia e medicina. Il nichilismo occidentale non è l’oblio dell’essere, come sostengono Heidegger e al suo seguito Severino. Il nichilismo occidentale è l’oblio dell’oggetto, che la medicina ribadisce e pratica.
La medicina non ha oggetto, allora.
Come? mi si obbietta subito.
L’oggetto della medicina è il corpo malato, mi si contesta.
Il corpo malato? No! L’oggetto della medicina è la fisiopatologia.
La fisiopatologia è l’oggetto ideale – direi, addirittura, ideologico – della medicina. Si tratta di un costrutto astratto, impastato con i rimasugli della fisica, della chimica e della biologia, ma senza i principi teorici di Galilei, di Lavoisier, di Darwin. Senza il moto senza motore, senza l'invarianza della massa, senza il meccanismo di selezione della riproduzione più efficace, rispettivamente. Della scienza la medicina accoglie solo le ultime e più recenti applicazioni tecniche, sia a livello di rilevazione di dati clinici sia a livello di applicazioni terpeutiche. In questo senso la medicina è più vicina all’ingegneria che alla scienza. Della scienza la medicina non accoglie il principio oggettivo, riducendosi alla codifica di una pratica, solo apparentemente rigorosa come quella scientifica. Apparenza oggi giustificata dall’abbondanza delle intrusioni tecnologiche nell’enciclopedia medica. Ma nell’inganno cascano solo quegli analfabeti scientifici, per lo più di estrazione fenomenologica, che ritengono che la scienza sia rimasta ai tempi del positivismo e la combattono come sapere dogmatico e apodittico. Allora nei salotti buoni del pensiero si sente parlare di “tecnoscienza” e di “scientismo”, che terrebbero fuori dal discorso il soggetto del discorso, cioè la verità.
?
Il principio oggettivo della scienza – l’infinito – manca alla medicina.
L’oggetto infinito manca due volte alla medicina.
L’infinito sfugge alla classificazione nosologica. Sfugge per principio. Sfugge non solo perché la classificazione nosologica è necessariamente finita, ma soprattutto perché l’infinito è un oggetto non categorico. Non possiede un’essenza definitivamente e univocamente incasellabile in qualche cassetto della classificazione. L’infinito è un oggetto non concettualizzabile. In senso tecnico, come dicevo, è non categorico, cioè possiede diverse rappresentazioni non equivalenti tra loro. L’infinito dei numeri interi non equivale all’infinito dei punti della retta. Dopo Cantor sappiamo che, sia a livello ordinale, sia a livello cardinale, di infiniti non equivalenti ce ne sono infiniti. Questo va detto per riconoscere che la medicina resta molto indietro rispetto all’oggettività scientifica che tratta infiniti infiniti.
La seconda ragione per cui l’infinito non abita la medicina era ben nota ad Aristotele, l’inauguratore del buon senso – dell’ignoranza – occidentali. L’infinito confligge con la nozione di causa.
Perché?
Perché, se esiste l’infinito, diventa impossibile risalire all’indietro nella catena delle cause, dalle seconde alla prima. Se la catena eziologica fosse infinita, si otterrebbe il cosiddetto regresso all’infinito, che paralizza ogni discorso metafisico, non solo quello medico, impedendogli di arrivare a una conclusione. Se la catena eziologica fosse infinita, sarebbe logicamente impossibile formulare qualunque diagnosi, ma principalmente quella medica.
Basta questo a tenere la medicina lontana dalla scienza?
Io credo di sì, se è vero che la scienza tratta l’oggetto infinito e la medicina non ha oggetto.
Con questa affermazione – sia ben chiaro – non mi pongo contro la medicina. Sarebbe masochismo, essendo io stesso medico. Ma, in quanto medico, non amo ingannare la gente. La medicina funziona. Non lo si può negare. Funziona tanto bene da essere funzionale al potere. È, infatti, la benemerita del welfare sociale. Giustamente il politico le assegna tanta parte delle risorse nazionali. Giustamente la medicina va riconosciuta come componente essenziale del discorso del padrone, insieme al diritto e alla filosofia. Con meriti non inferiori ad altri discorsi senza oggetto: il diritto e la filosofia. Se la mortalità infantile e la mortalità per malattie infettive sono andate sensibilmente e costantemente diminuendo da cent’anni a questa parte è merito della medicina, che ha creato le condizioni igieniche favorevoli al loro rallentamento. (Gli antibiotici sono secondari e in buona parte controproducenti. Sono producenti solo… per le case farmaceutiche). Senza medicina non potremmo vivere in società. Come senza diritto. Per la via del welfare la medicina, già ingegneristica, si avvicina alla forma paradigmatica di discorso del padrone: il diritto, che è il discorso del più forte (Benjamin). Diventa medicina-legale, al servizio dei PM insieme alla polizia cosiddetta scientifica. Ma la scientificità della medicina è pura illusione (puro comodo). Con la medicina non possiamo fare scienza. È quel che successe a Freud. Salvò l’epistemologia medica, fondata sulle cause e sulle forme morbose, su cui si era formato da giovane, e perse la conquista della maturità: la psicanalisi come scienza dell’inconscio. Se ci interessa veramente la psicanalisi, dovremmo far cambiare rotta al freudismo. Invece di puntare alla clinica medica, scimmiottandola nella raccolta di casi clinici, dovremmo avere il coraggio di puntare all’infinito. Per amore della psicanalisi dovremmo avere il coraggio di cambiare discorso: un segno d’amore, definiva Lacan il cambiamento di discorso.