LA PSICANALISI SECONDO
SCIACCHITANO

"DIVENTA QUEL CHE SAI
ovvero
"Wo Es wusste, soll Ich werden"
creata il 26 febbraio 2008 ampliata il 22 luglio 2009

 

 

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In questo sito non ci interroghiamo su cosa è l'essere, ma su cosa è il sapere.

Siamo convinti, infatti, che la vera transizione alla modernità, la scoperta del vero passaggio a Nord-Ovest, sia il passaggio dall'ontologia all'epistemologia.

Non è il passaggio dalle scienze esatte alle scienze umane, come dichiara Michel Serres nell'incipit del suo tuttora fondamentale Passaggio a Nord Ovest (1980) (trad. E. Pasini e M. Porro, Pratiche, Parma 1984, p. 25). E' il passaggio dalla conoscenza antica, dove il sapere si adegua all'essere in un regime di pensiero eziologico, dominato dalla metafisica, alla scienza moderna, dove il sapere si adegua provvisoriamente a se stesso e l'essere è l'effetto transitorio del dubbio.

Il passaggio da una forma di sapere all'altra è reversibile. La scienza non è conquistata una volta per tutte. La metafisica è sempre lì in agguato, pronta a raccogliere tra le braccia dell'ontologia i transfughi della scienza, inorriditi da un discorso abissale, cioè senza fondamenti. Quindi, c'è un via vai lungo questo corridoio che connette l'antico al moderno.

Noi stessi proponiamo un avanti indietro tra sapere ed essere. Conserviamo, tuttavia, il marchio della modernità del predominio del sapere sull'essere, distinguendo tra "sapere in essere" e "sapere in divenire" (o statu nascenti). Il primo depositato nei libri, il secondo emergente dalla ricerca scientifica. In questo sito, la prima forma di sapere raccoglie i risultati ufficiali della comunità epistemica; la seconda assembla, senza un ordine prestabilito, i risultati ufficiosi della ricerca dell'autore del sito, ancora non del tutto convalidati e par provision. Congetturali, direi.

Ma forse il filosofo vorrebbe sapere qualcosa di più della filosofia che sta dietro questa operazione. E mi chiede:

"Cosa intendi per sapere?"

Posso rispondere categoricamente solo per metà, la metà negativa della questione, cioè che cosa non intendo per sapere.

Non intendo quel che intende l'ontologo. "Sapere, infatti, vuol dire: poter apprendere" (M. Heidegger, Introduzione alla metafisica (1953), trad. G. Masi, Mursia, Milano 1968. p. 33). Il discorso ontologico è semplice, forse semplicistico: l'essere è lì fuori dalla finestra. Il filosofo apre la finestra e lo apprende. In fondo, quella dell'ontologo non è epistemologia ma meteorologia. Non si chiede "da dove so?" ma "che tempo che fa?". Non a caso il suo capolavoro è Essere e tempo.

Non intendo neppure quel che intende il maestro di psicanalisi. "Le statut du savoir implique comme tel qu’il y en a déjà, du savoir, et dans l’Autre, et qu’il est à prendre. C’est pourquoi il est fait d’apprendre" (J. Lacan, Le Seminaire. Livre XX. Encore (1972), Seuil, Paris 1975, p. 91).

La ragione pratica per cui non condivido queste posizioni epistemiche non è meno importante della ragione teorica. La ragione teorica è presto detta. Si apprende l'essere che è già. In epoca moderna l'essere non è già, ma viene dopo il dubbio. Le forme di apprendimento non funzionano in regime di dubbio, perché il prodotto del dubbio non viene prima del dubbio.

La ragione pratica è più importante. L'apprendimento è sempre un indottrinamento. L'apprendimento non è solo apprendimento dell'essere che c'è già, ma è prima di tutto adeguamento alla volontà del maestro o del padrone (in francese c'è una sola parola per entrambi: maître). Stupisce, allora, che uno psicanalista del calibro di Lacan abbia proposto come forma di sapere l'apprendimento. Forse intendeva l'apprendimento della propria dottrina?

Sì, Lacan fu un maestro. Aveva una concezione della psicanalisi come ortodossia - la propria naturalmente. Io lo chiamo falso maestro per pleonasmo - tutti i maestri, in quanto instauratori di ortodossie, sono falsi.

I maestri non hanno posto nel discorso scientifico, che non tollera verità categoricamente stabilite. I maestri hanno, invece, piena libertà nel campo nella tecnica, dove possono insegnare la loro ortodossia e il modo di applicarla senza sgarrare. Per gestire un reattore nucleare non occorre essere scienziati o ricercatori. Occorre essere dei tecnici, che applicano rigorosamente le procedure, senza possibilità di interpretarle o di cambiarle. I maestri, allora, "formano" dei tecnici: i tecnici della loro ortodossia, che non tollera modifiche.
Storicamente ciò è confermato dal fatto che le diatribe del movimento analitico vertevano (ora non vertono più, perché non c'è più psicanalisi) sul modo di applicare la tecnica della psicanalisi. Non hanno mai avuto nulla di carattere scientifico. Hai mai sentito parlare dell’ultima scoperta psicanalitica, dopo Freud, Jung e pochi altri... ortodossi? No, perché la tecnica stabilita non può – anzi, non deve – scoprire nulla di nuovo. Se la tecnica scoprisse qualcosa di nuovo, vorrebbe dire che è una procedura instabile. Sarebbe quindi inaffidabile, perché porta a risultati imprevisti, che l’ortodossia non saprebbe come trattare.

Per una chiara e articolata esposizione della concezione della psicanalisi come ortodossia, quindi come tecnica, in quanto tale contrapposta alla concezione scientifica, rimando a un testo non recente, ma sempre attuale, del mio amico Sergio Benvenuto, pubblicato nel mitico numero di "aut aut" del 1980 su Lacan:

Il gioco impari. A proposito dell'epistemologia di Lacan.

Gli ortodossi e i tecnici, insieme alla folla che inneggia all'ortodossia e alla tecnica, dimenticano facilmente che in psicanalisi c'è una forma di sapere che non si apprende mai del tutto e che non si può mai del tutto codificare in un catechismo ortodosso o in un manuale di prescrizioni tecniche. Si chiama "inconscio" ed è fondato sulla "rimozione primaria". La Urverdrängung (refoulement primaire) è il nome freudiano per "incompletezza" o "infinito". Il sapere inconscio non si completa mai in una qualche forma di sapere conscio, ortodosso e tecnicizzato.

E qui vengo alla parte meno categorica (categorical) della mia risposta.

Come si tratta una forma di sapere che non si apprende?

Può sembrare strano. La risposta è in Lacan, ma proprio Lacan, proponendo la risposta giusta alla situazione analitica, non seppe svilupparla adeguatamente. Forse, da psichiatra, originariamente asservito al discorso del padrone, che da lui pretende esclusivamente il controllo della devianza, non aveva gli strumenti intellettuali giusti per trattare la

logica congetturale.

E' così. Il sapere che non si apprende dai libri si tratta per via congetturale.

Faccio un esempio di vita quotidiana, di quelli che piacciono tanto ai fenomenologi che parlano di mondo della vita.

Il bambino vede come si trattano papà e mamma. Vede che per lo più si trattano male. Litigano sempre. Perché litigano? Congettura: si tratta di qualcosa di sessuale. Congetturando che non esiste rapporto sessuale tra papà e mamma, il bambino non apprende nulla, ma inizia a fare quella che i fenomenologi chiamano "esperienza soggettiva", centrata su un sapere che non è immediatamente verificabile. Infatti, per questioni di maturità biologica, il bambino non può verificare subito se il rapporto sessuale è possibile o è impossibile. In un certo senso il piccolo soggetto è forzato a congetturare e a rimanere per un certo tempo nella congettura - per tutto il tempo della latenza, diceva Freud. Paradossalmente la congettura infantile non si basa sull'esperienza diretta. E' una congettura di principio, della stessa portata di quelle su cui si fondano le grandi intuizioni scientifiche: la teoria della variabilità naturale di Darwin o la teoria della relatività dei riferimenti coordinati di Einstein. Da verificare nel corso del tempo e mai del tutto. (Il principio di inerzia, che presuppone il prolungamento all'infinito del moto rettilineo uniforme in assenza di forze, è in linea di principio inverificabile.)

Visto come sono cambiate le cose? Non più Essere e tempo, ma Sapere e tempo. Inoltre, essendo il sapere incompleto, l'essere, che ora dipende dal sapere, è bucato e il soggetto è diviso tra essere e non essere, come Amleto: è quel che sa già e sarà quel che non sa ancora di sapere (ed è anticipato dalla congettura). Non c'è bisogno di ipotizzare un originario manque-à-être, caro Lacan. L'essere è mancante perché dipende da un sapere incompleto. Risparmiare assiomi è segno di intelligenza scientifica, che per lo più a Lacan mancava.

Le scienze umane, non diversamente da quelle esatte - qui rispondo a Michel Serres - sono congetturali. Quindi sono scienze temporali, perchè la congettura non è falsa, ma è da falsificare, e questo richiede tempo. Tempo, sì, ma non quello là fuori dalla finestra. Tempo logico, lo chiamava Lacan, che era un fenomenologo. Tempo epistemico, lo chiama chi è di formazione scientifica.

Aperta la questione del tempo si può accedere meglio preparati alla pagina

la morale del sito.

Ho sviluppato in modo conciso e, spero, semplice la differenza di fondo tra la forma di sapere antica e quella moderna alla pagina

A proposito di probabilità.

Prima di chiudere la pagina sulle forme del sapere devo dichiarare il mio debito con il filosofo epistemico italiano che mi ha ispirato le riflessione sul valore del falso, inteso come promotore della differenziazione epistemica:

Giambattista Vico.

Nel secondo libro dei Principi di scienza nuova (cap. ii), alla pagina dove propone la teoria della metafora come "una picciola favoletta" (una teoria che supera la teoria aristotelicadell'analogia vigente ai tempi), nel 1744 Vico scrive:

"Lo che tutto va di seguito a quella degnità (assioma): che l'uomo ignorante si fa regola dell'universo, siccome negli esempi arrecati egli di se stesso ha fatto un intiero mondo. Perché come la metafisica ragionata insegna che homo intelligendo fit omnia, così questa metafisica fantasticata dimostra che homo non intelligendo fit omnia; e forse con più di verità detto questo che quello, perché l'uomo con l'intendere spiega la sua mente e comprende esse cose, ma col non intendere egli di sé fa esse cose e, col trasformandovisi, lo diventa".

Insomma, l'uomo crea mondi "falsi", ma esistenti, grazie alla propria ignoranza. Lo strumento principe del demiurgo ignorante è la metafora. La metafora ha un valore epistemico, non cognitivo, che fonda le favole in cui vivrà l'uomo: i miti, le religioni, le filosofie, le concezioni del mondo e in parte le scienze. Sono tutte pratiche fondate sul falso, generato dalla metafora. Mundus est fabula, scriveva Cartesio in cima al suo trattato sulla luce. Le "picciole favolette" sono la nostra luce.

Su questo vale la pena che l'analista rifletta, quando incontra il falso nella propria pratica sotto forma di sintomi, sogni, lapsus, transfert. Il falso, non è il contrario del vero, ma la forma primordiale del sapere, anzi la forma più creativa. La scienza moderna non fa eccezione a questa legge. Sposta solo la propria attività creativa dalle cose finite alle cose infinite. Con questo "svantaggio": che mentre dalle cose finite si può sperare di ridurre il falso a zero, arrivando alla conoscenza vera, dalle cose infinite il falso non si può estirpare del tutto. Rimane sempre una quota positiva di falso in ogni fisica, in ogni biologia, in ogni psicanalisi, proprio perchè fisica, biologia e psicanalisi trattano oggetti infiniti non categorici, che non si possono conoscere in modo completo.

Per la nozione di falso come sapere incompleto rimando a Spinoza, che l'ha inventata.

E pongo alla fine una questione che più di tanti altri brucia me, che sono stato scottato da almeno un paio di falsi maestri.

Se il falso ha un valore, che valore ha un falso maestro?

*

La scienza moderna non è un’attività enigmistica.

La scienza antica era un’attività enigmistica.

L’enigma consisteva nel trovare la causa del fenomeno, considerato come l’effetto noto di una causa ignota. La scienza consisteva nel risolvere enigmi come diagnosticare una malattia o scoprire l’autore del delitto. Per quanto difficile, il compito aveva sempre una soluzione, perché il principio di ragion sufficiente garantiva la completezza gnoseologica. “Niente è senza causa” significa che la causa di un fenomeno qualsiasi esiste e può (e deve) sempre essere trovata. “L’enigma non v’è”, scriveva Wittgenstein verso la fine del suo Tractatus (6.5), che si può considerare la summa epistemologica della scienza precartesiana, intesa come conoscenza del mondo o di “tutto ciò di cui è il caso” (ivi, 1). Prototipo dello scienziato antico è - guarda caso - Edipo, il solutore di enigmi. Che sia stato messo da Freud proprio il complesso di Edipo al centro della propria dottrina, la dice lunga sulla sistemazione epistemologica della psicanalisi freudiana.
Poiché nella scienza moderna il principio eziologico decade, il funzionamento enigmistico o poliziesco non sarebbe più giustificato. Tuttavia, funziona in modo residuo e subdolo in una certa epistemologia, fiorente negli anni Sessanta del secolo scorso e foraggiata da componenti "indiziarie", provenienti dall'epistemologia delle scienze umane, che alla scienza assegnava due compiti:
1. come compito teorico, la determinazione di leggi universali (del tipo “Tutti i corvi sono neri”). La legge universale prende il posto della causa o principio primo, nella veste dell'aristotelica causa formale.
2. come compito pratico, la previsione di eventi futuri (del tipo “Quando avverrà l’impatto della Terra con l’asteroide BX 130?). Il compito pratico aggancia la scienza alla tecnica, asservendola alla volontà del potere, talvolta corrompendola.

Basterebbe un po’ di conoscenza della biologia evoluzionistica per capire che questa epistemologia, solo apparentemente adatta alla fisica classica, non si applica alle scienze soft.  Le leggi universali – lontani avatar della legge del diritto, ossia della legge del padrone – non sono di competenza delle scienze della vita, che rimangono per lo più congetturali e operanti su verità relative: condizionate e non categoriche (o contingenti). Tanto meno si può chiedere alla biologia di prevedere quando e dove comparirà una nuova specie del genere Homo. L’intelligenza scientifica moderna procede dal particolare al particolare, come Lacan diceva della psicanalisi (J. Lacan, “Réponse au commentaire de Jean Hyppolite sur la ‘Verneinung’ de Freud” (1954), in Ecrits, Seuil, Paris 1966, p. 386). Certamente non procede in modo enigmistico come tuttora pretende di funzionare la psicanalisi ortodossa.

*

Sulla scrittura dell'analista.

Tra le forme di sapere ce n'è una difficile da mettere a tema, che una volta veniva trattata nei trattati di retorica:

il saper scrivere.

In forma più circoscritta alla natura del sito:

sa scrivere l'analista?

Questo sito è un esempio di scrittura di un analista. Si capisce che chi scrive è un analista? Da cosa lo si capisce? O sembra una scrittura come un'altra?

Nel 1992 scrissi qualcosa sulla scrittura dell'analista in rapporto al tema della formalizzazione. Ho ripescato quel saggio, che mi fu richiesto da un gruppo di psicanalisti di Città del Messico, dal mio archivio cartaceo. L'avevo dimenticato o voluto dimenticare, forse perché, all'epoca, troppo anticipatorio delle posizioni che ho assunto più tardi. C'è un tempo per pensare e un tempo per giudicare, cioè per decidere se quel che si è pensato è giusto o sbagliato e assumersene la responsabilità. Ora lo ripropongo qui perché stranamente attuale e in sintonia con quanto dirò nel prossimo novembre a Maastricht al convegno sulla formalizzazione in psicanalisi, presso la Fondazione Van Eyck.

La scrittura dell'analista.

Considerazioni più concrete, forse più psicanalitiche, sulla scrittura dell'analista svolgo nel breve saggio

Fachinelli e la scrittura fluttuante,

di prossima pubblicazione sul "Journal of European Psychoanalysis".

(Torna a inizio pagina)

 

 

 

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